Il far west dell’acqua. Perché privatizzare ha avuto risultati negativi
di Paolo Rumiz, da Repubblica, 2 giugno 2011
Quando a Milano nel 1888 fu costruito il primo acquedotto, tuttora uno dei migliori del Paese, si scrisse che l'acqua era un bene così fondamentale per la vita e la salute dei cittadini, che il servizio non poteva essere gestito da chi poteva trarne profitto. La firma sul provvedimento non venne apposta da un socialista rivoluzionario, ma da un sindaco-mastino della Destra storica, Gaetano Negri. Allora in Italia i conservatori erano ancora guardiani implacabili della cosa pubblica.
Oggi i tempi sono cambiati e il capitale privato – spesso straniero – è entrato nella gestione dell'acqua con lo scopo dichiarato di modernizzare una rete invecchiata o gestita in modo clientelare. Ma alla prova dei fatti l'esperimento – per mancanza di regole forti – ha dato pessimi esempi e le tariffe si sono alzate spesso in assenza di investimenti sulla rete. Un esempio? Velletri, dove la società ha fatto cassa con alti profitti ma non ha eliminato l'arsenico in rete. Troppo forte, anche qui, la tentazione di minimizzare persino i veleni facendo leva sulla pubblica sete e l'automatismo delle bollette.
Ora col referendum si chiede di fare macchina indietro, abrogando con un "Sì" due provvedimenti che – se applicati – renderebbero addirittura vincolante l'ingresso dei privati nelle acque italiane, offrendo loro per giunta un profitto del sette per cento garantito per legge. I due "Sì" non sono dunque contro il privato ma contro la sua imposizione dall'alto, anche laddove il pubblico funziona in modo esemplare. Il tutto con una mostruosità giuridica che va non solo contro l'interesse dei cittadini ma contro lo spirito stesso del capitalismo.
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fonte: La Repubblica
Ottimo articolo.
RispondiEliminaGrazie Lucia!
Ciao,
Lara
Grazie Lara, tutto l'onore va però a Rumiz
RispondiEliminaA maggior ragione è necessario andare a votare per i quattro SI!!!
RispondiEliminaCiao Azzurra buon fine settimana
Bruna