
Dalle parti dove sono nata io il 5 gennaio è una data che si lega alla tradizione del Panevin.
Il Panevin è un grande falò formato da sterpaglie, fieno e paglia, dove sulla cima viene issato un fantoccio vestito con i panni da vecchia. Appena arriva l'imbrunire, il falò viene acceso e tutti si mettono con il naso all'insù a seguire le faville. A seconda della direzione che prendono viene predetta la buona o cattiva sorte dell'anno appena iniziato. “ Faive a ponente, panoce gnente. Faive a levante, panoce tante”( faville a ponente raccolto scarso, faville a levante il raccolto è abbondante).
Tradizione vorrebbe che intorno al Panevin si intonassero canti propiziatori per attirare la buona fortuna, ma pare che questo uso si stia perdendo.Chissà per quale motivo davanti a quel falò diventiamo improvvisamente tutti timidi e nessuno apre più bocca per cantare!
Ricordo quando ero piccola: il Panevin era gran motivo di festa. Ci si riuniva con i parenti, con i vicini di casa e la Rosetta intonava:”Paneviiin!! Ea pinsa soto el caminnn, fasioi pai pori fioi...”
Poi si mangiava la pinza e si beveva il vin brulè. La pinza era il nostro dolce dell'Epifania. Veniva impastato in casa all'alba del 5 gennaio, come da tradizione. Mia madre si alzava molto presto per preparare tutto in fretta perchè poi tutte le famiglie portavano il loro impasto al forno sociale per la cottura. Chi prima arrivava, prima poteva ritirare il tutto. Si finiva con l'andare a prenderlo nel pomeriggio perchè le pinze da cuocere erano tantissime e comunque il dolce era a casa prima dell'accensione del panevin.
Ora il falò andiamo a vederlo nelle piazze dove la tradizione ha perso quasi tutto il suo sapore antico...
Ma c'è un posto dove ancora ci si può sentire proiettati indietro nel tempo ed è là dove andremo noi oggi pomeriggio.
Alla prossima.
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